Archivio interventi Avv. Romano

    • La paralisi della giustizia in Italia. - Intervento come relatore al Convegno del 6 novembre 2019 tenutosi presso la Nuova Aula dei Gruppi Parlamentari della Camera avente ad oggetto: A CHE PUNTO SIAMO? I DIRITTI UMANI SONO ANCORA DIRITTI, E SONO ANCORA UNIVERSALI?
    • La Suprema Corte torna a pronunciarsi sul divieto di nova in appello con l' ordinanza n. 22489/19 - La Suprema Corte di Cassazione, Sez. lavoro, ha riconfermato e meglio delineato i limiti del divieto di nova in appello con la recente ordinanza n. 22489/19, depositata il 9.9.2019. La vicenda ha avuto origine con il ricorso di un lavoratore contro l’azienda datrice di lavoro volto a ottenere l’accertamento del diritto al superiore inquadramento nella qualifica dirigenziale, in luogo della qualifica di quadro, per un determinato periodo di tempo trascorso alle dipendenze dell’azienda, nonché il pagamento delle differenze retributive. Innanzi al Giudice di primo grado, tuttavia, l’azienda non aveva mosso alcuna contestazione sui fatti, limitandosi ad eccepire il proprio difetto di legittimazione passiva. Soccombente, essa aveva proposto appello alla Corte territoriale competente, la quale aveva respinto il suo gravame dichiarando inammissibile, in quanto tardiva, la contestazione dei fatti svolta in appello, in violazione del divieto di nova. Solo nel giudizio di secondo grado, infatti, l’azienda aveva sollevato alcune questioni, come quella relativa alla sussistenza degli elementi di fatto caratteristici della categoria di quadro ex allegato d.p.r. n. 347/83. Istaurato il giudizio di legittimità, l’azienda rilevava come i Giudici territoriali fossero incorsi, inter alia, in un vizio di motivazione ex art. 360 n. 5 c.p.c., per non aver valutato che nell’atto d’appello l’azienda avesse formulato dei rilievi sulla narrativa del ricorso di primo grado e sulla natura dell’azienda, come ricostruita dal lavoratore, e per aver reso una motivazione incongrua in relazione al confronto tra le mansioni svolte dal lavoratore e quelle di quadro, non avendo fatto cenno ai due documenti all’uopo rilevanti. Gli Ermellini hanno rigettato il ricorso, argomentando che la mancata valutazione delle contestazioni mosse nell’atto di appello non vale ad integrare il vizio ex art. 360 n. 5 c.p.c., come novellato dal D.L. 22 giugno 2012 n. 83, convertito in l. 11 agosto 2012, n. 143 («per omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti»), e che, d’altra parte, a fronte della sentenza di secondo grado che ha ritenuto tardiva la contestazione dei fatti allegati dal lavoratore in primo grado, rileva che tale affermazione non è stata oggetto di specifica censura, la quale avrebbe dovuto avere ad oggetto l’error in procedendo in relazione alla possibilità di contestare in appello i fatti costitutivi del diritto azionato. La medesima considerazione circa il vizio ex art. 360 n. 5 c.p.c. è stata fatta dal Supremo Collegio in ordine all’omesso esame di elementi istruttori, con la precisazione che spetta al giudice di merito il compito di individuare le fonti del proprio convincimento, di controllare l’attendibilità e l’attitudine dimostrativa delle prove, di scegliere, tra le complessive risultanze del processo, quelle ritenute maggiormente idonee a dimostrare la veridicità dei fatti ad esse sottesi. Con tale pronuncia, dunque, i Giudici di Piazza Cavour hanno ribadito la validità del divieto di ius novorum in appello, il quale, quindi, riguarda non soltanto le domande e le eccezioni in senso stretto, ma anche le eventuali nuove contestazioni sui fatti; ciò in quanto le nuove contestazioni così mosse in secondo grado, nel modificare i temi di indagine, trasformerebbero il giudizio d’appello da mera revisio prioris instantiae in un iudicium novum. Detto divieto risponde, pertanto, ad esigenze di ordine pubblico, concludendosi in un’applicazione del principio del doppio grado di giurisdizione (cfr. Cass. sent. n. 383/2007; Cass. sent. n. 12147/2004).
    • Corte Costituzionale: l'indennizzo ex L. Pinto è possibile anche in assenza dell'istanza di accelerazione nel processo penale - Con la sentenza n. 169 del 10 luglio 2019, la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 2, co. 2 quinquies, lett. e) della legge Pinto (n. 89/2001) per contrasto con l’art. 117, co. 1 della Cost., in relazione agli artt. 6, par. 1., 13 e 46, par. 1 della CEDU, nella parte in cui, relativamente ai giudizi penali nei quali il termine di ragionevole durata del processo sia superato in epoca successiva alla sua entrata in vigore, subordinava, la proponibilità della correlativa domanda di equa riparazione alla presentazione dell’istanza di accelerazione. Sulla base delle motivazioni che hanno condotto alla pronuncia di illegittimità costituzionale della norma che condizionava la domanda di indennizzo nel processo amministrativo alla presentazione dell’istanza di prelievo (S. 34/2019), la Consulta ha osservato che l’istanza di accelerazione nel processo penale non costituisce un adempimento necessario, ma una mera facoltà dell’imputato e non ha efficacia effettivamente acceleratoria del processo, il quale, pur a fronte di una siffatta istanza, può comunque protrarsi oltre il termine della sua ragionevole durata. Nell’affermare ciò, i giudici della Corte Costituzionale hanno richiamato l’ormai consolidata giurisprudenza della Corte EDU cristallizzata nelle sentenze Scordino c. Italia (2006), Daddi c. Italia (2009), Olivieri e altri c. Italia (2016). In merito, la Corte Costituzionale ha così statuito: «La mancata presentazione dell’istanza di accelerazione nel processo presupposto può eventualmente assumere rilievo (come indice di sopravvenuta carenza o non serietà dell’interesse al processo del richiedente) ai fini della determinazione del quantum dell’indennizzo ex lege n. 89 del 2001, ma non può condizionare la stessa proponibilità della correlativa domanda, senza con ciò venire in contrasto con l’esigenza del giusto processo, per il profilo della sua ragionevole durata, e con il diritto ad un ricorso effettivo, garantiti dagli evocati parametri convenzionali, la cui violazione comporta, appunto, per interposizione, quella dell’art. 117, primo comma, Cost.».
    • Il Sole 24 Ore intervista l'Avv. Romano - Di seguito, il testo dell'intervista concessa dall'Avv. Romano a "Il Sole 24 Ore" del 07.03.2019: Leggi
    • Sentenza Corte Costituzionale n. 34 del 06.03.2019 - Corte Costituzionale Sentenza n. 34 del 2019 Ancora una modifica alla Legge Pinto, la Consulta elimina l’istanza di prelievo quale condizione di proponibilità della domanda. Il Giudice delle Leggi interviene nuovamente sul giudizio di equa riparazione per l’irragionevole durata dei processi, dichiarando l’incostituzionalità della c.d. Legge Pinto nella parte in cui prevede che la presentazione dell’istanza di prelievo nei giudizi amministrativi sia condizione di proponibilità della domanda indennitaria. Occorre ricordare che la normativa, sul punto, a seguito di reiterate modifiche, risultava formulata nel senso che l’istanza di prelievo dovesse considerarsi come «rimedio preventivo» (v. art. 1-ter, comma 3, l. n. 89/01), da presentarsi «almeno sei mesi prima che siano trascorsi i termini di cui all’articolo 2, comma 2-bis» (e, cioè, tre anni per il primo grado e due anni per il secondo grado), stabilendo l’inammissibilità della «domanda di equa riparazione proposta dal soggetto che non ha esperito i rimedi preventivi della irragionevole durata del processo», tra cui, come detto, l’istanza di prelievo nel giudizio amministrativo. Ora la Consulta ha stabilito che tale disposizione viola l’art. 117 Cost., in relazione agli artt. 6, paragrafo 1, e 13 CEDU, in quanto, secondo la costante giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, i rimedi preventivi, volti ad evitare che la durata del procedimento diventi eccessivamente lunga, sono ammissibili solo se “effettivi” e, cioè, nella misura in cui velocizzino la decisione da parte del giudice competente (vedi CEDU, Grande Camera, sentenza 29 marzo 2006, Scordino contro Italia e CEDU, sentenza 2 giugno 2009, Daddi contro Italia). Secondo la Corte Costituzionale, mentre per la giurisprudenza europea il rimedio preventivo è tale se efficacemente sollecitatorio, l’istanza di prelievo costituisce un adempimento meramente formale ed il suo mancato deposito non può, dunque, essere sanzionato con l’improponibilità della domanda di indennizzo, non essendo ciò in sintonia, né con l’obiettivo del contenimento della durata del processo, né con quello risarcitorio per il caso di sua eccessiva durata, ma potendo al più assumere rilievo ai fini di una diversa quantificazione dell’indennizzo.
    • La questione del "prelievo" quale presupposto processuale nel procedimento ex lege Pinto rimessa alla Corte Costituzionale - Scarica il contenuto dal box a lato "Allegati"
    • Strasburgo. La pubblica amministrazione non può, a distanza di anni, vanificare un giudicato con una delibera adottata in via di autotutela. - CORTE EUROPEA DEI DIRITTI DELL'UOMO. M. ed altri c/ Italia Sentenza del 5 ottobre 2017 Requéte n. 32269/2009 La Corte di Strasburgo ha condannato l'Italia, per la violazione degli articoli 6 § 1 ed 1 del protocollo 1 della Convenzione, ad un risarcimento per danni materiali e morali, nella misura di euro 245.000,00, da versare agli aventi diritto al netto di ogni tipo di imposta. I giudici europei hanno ritenuto che una delibera adottata in sede di autotutela da parte di un ente locale, con la quale, al fine di evitare l'esecuzione di un giudicato formatosi in sede amministrativa, rappresentato da una sentenza del Consiglio di Stato, venivano revocati, a distanza di oltre venti anni, gli atti che avevano portato alla condanna dell'ente, oltre a rappresentare un'indebita ingerenza da parte della pubblica amministrazione nella sfera degli interessi dei privati, vanificasse il principio della certezza del diritto con riferimento al giudicato di cui innanzi e quelli del giusto processo, determinando, poi, l'ulteriore violazione dell'articolo 1 del protocollo addizionale, sul piano squisitamente patrimoniale. In allegato la traduzione non ufficiale della decisione curata dall'avvocato Ermelinda Vetrone.
    • RISARCIMENTO DANNI PER "INUMANA DETENZIONE": UNA IMPORTANTE DECISIONE DEL TRIBUNALE DI NAPOLI - Scarica il contenuto dal box a lato "Allegati"

      Una importante pronunzia in materia di "inumana detenzione" del Tribunale di Napoli - decreto di accoglimento del 10 gennaio 2017
      R.G. 8701/204
    • SCUOLA SUPERIORE DELLA MAGISTRATURA: LA RIFORMA DELLA MAGISTRATURA ONORARIA - Intervento come relatore in data 9 giugno 2017, a Pescara, al momento di formazione decentrata organizzato dalla Scuola Superiore della Magistratura, sulla Riforma della Magistratura Onoraria tra novità legislative e prospettive future.
    • INTERVENTO AL CORSO DEL C.O.A. DI NAPOLI: IL DIRITTO ALL'ACCESSO ALLA GIUSTIZIA QUALE DIRITTO FONDAMENTALE - Corso di formazione: "Tutela dei diritti fondamentali della persona" 24 novembre 2016 tenuto presso la Biblioteca A. De Marsico in Castel Capuano, a Napoli.
      Intervento come relatore.

     

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